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DIBATTITO DIDATTICO EDUCATIVO

A proposito di personalizzazione dell'insegnamento
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Autoformazione Scuola Digitale
La classe capovolta (proposta di lettura)
di Maurizio Maglioni e Fabio Biscaro
La classe capovolta. Innovare la didattica con la flipped classroom
Prefazione di Tullio De Mauro

Come diventare insegnanti efficaci
Lezioni efficaci
Insegnamento efficace


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IL PRIMO GIORNO (DI SCUOLA) CHE VORREI

Che cosa avrei voluto sentirmi dire il primo giorno di scuola dai miei professori o cosa vorrei che mi dicessero se tornassi studente?
Il racconto delle vacanze? No. Quelle dei miei compagni? No. Saprei già tutto. Devi studiare? Sarà difficile? Bisognerà impegnarsi di più? No, no grazie. Lo so. Per questo sto qui, e poi dall'orecchio dei doveri non ci sento. Ditemi qualcosa di diverso, di nuovo, perché io non cominci ad annoiarmi da subito, ma mi venga almeno un po' voglia di cominciarlo quest'anno scolastico. Dall'orecchio della passione ci sento benissimo.
Dimostratemi che vale la pena stare qui per un anno intero ad ascoltarvi. Ditemi per favore che tutto questo c'entra con la vita di tutti i giorni, che mi aiuterà a capire meglio il mondo e me stesso, che insomma ne vale la pena di stare qua. Dimostratemi, soprattutto con le vostre vite, che lo sforzo che devo fare potrebbe riempire la mia vita come riempie la vostra. Avete dedicato studi, sforzi e sogni per insegnarmi la vostra materia, adesso dimostratemi che è tutto vero, che voi siete i mediatori di qualcosa di desiderabile e indispensabile, che voi possedete e volete regalarmi. Dimostratemi che perdete il sonno per insegnare quelle cose che - dite - valgono i miei sforzi. Voglio guardarli bene i vostri occhi e se non brillano mi annoierò, ve lo dico prima, e farò altro. Non potete mentirmi. Se non ci credete voi, perché dovrei farlo io? E non mi parlate dei vostri stipendi, del sindacato, della Gelmini, delle vostre beghe familiari e sentimentali, dei vostri fallimenti e delle vostre ossessioni. No. Parlatemi di quanto amate la forza del sole che brucia da 5 miliardi di anni e trasforma il suo idrogeno in luce, vita, energia. Ditemi come accade questo miracolo che durerà almeno altri 5 miliardi di anni. Ditemi perché la luna mi dà sempre la stessa faccia e insegnatemi a interrogarla come il pastore errante di Leopardi. Ditemi come è possibile che la rosa abbia i petali disposti secondo una proporzione divina infallibile e perché il cuore è un muscolo che batte involontariamente e come fa l'occhio a trasformare la luce in immagini.
Ci sono così tante cose in questo mondo che non so e che voi potreste spiegarmi, con gli occhi che vi brillano, perché solo lo stupore conosce.
E ditemi il mistero dell'uomo, ditemi come hanno fatto i Greci a costruire i loro templi che ti sembra di essere a colloquio con gli dei, e come hanno fatto i Romani a unire bellezza e utilità come nessun altro. E ditemi il segreto dell'uomo che crea bellezza e costringe tutti a migliorarsi al solo respirarla. Ditemi come ha fatto Leonardo, come ha fatto Dante, come ha fatto Magellano. Ditemi il segreto di Einstein, di Gaudì e di Mozart. Se lo sapete ditemelo.
Ditemi come faccio a decidere che farci della mia vita, se non conosco quelle degli altri? Ditemi come fare a trovare la mia storia, se non ho un briciolo di passione per quelle che hanno lasciato il segno? Ditemi per cosa posso giocarmi la mia vita. Anzi no, non me lo dite, voglio deciderlo io, voi fatemi vedere il ventaglio di possibilità. Aiutatemi a scovare i miei talenti, le mie passioni e i miei sogni. E ricordatevi che ci riuscirete solo se li avete anche voi i vostri sogni, progetti, passioni. Altrimenti come farò a credervi? E ricordatemi che la mia vita è una vita irripetibile, fatta per la grandezza, e aiutatemi a non accontentarmi di consumare piccoli piaceri reali e virtuali, che sul momento mi soddisfano, ma sotto sotto sotto mi annoiano…
Sfidatemi, mettete alla prova le mie qualità migliori, segnatevele su un registro, oltre a quei voti che poi rimangono sempre gli stessi. Aiutatemi a non illudermi, a non vivere di sogni campati in aria, ma allo stesso tempo insegnatemi a sognare e ad acquisire la pazienza per realizzarli quei sogni, facendoli diventare progetti.
Insegnatemi a ragionare, perché non prenda le mie idee dai luoghi comuni, dal pensiero dominante, dal pensiero non pensato. Aiutatemi a essere libero. Ricordatemi l'unità del sapere e non mi raccontate l'unità d'Italia, ma siate uniti voi dello stesso consiglio di classe: non parlate male l'uno dell'altro, vi prego. E ricordatemelo quanto è bello questo Paese, parlatemene, fatemi venire voglia di scoprire tutto quello che nasconde prima ancora di desiderare una vacanza a Miami. Insegnatemi i luoghi prima dei non luoghi.
E per favore, un ultimo favore, tenete ben chiuso il cinismo nel girone dei traditori. Non nascondetemi le battaglie, ma rendetemi forte per poterle affrontare e non avvelenate le mie speranze, prima ancora che io le abbia concepite.
Per questo, un giorno, vi ricorderò.

A.   D'Avenia                                                                             Avvenire, 10 settembre 2011


SCUOLA/ Se tutti possono riuscire, cosa deve fare un "vero" prof?

Feliciana Cicardi

La scuola deve aiutare il ragazzo a prendere coscienza di sé, delle proprie potenzialità e caratteristiche, attraverso la pratica faticosa ma intrigante di misurare sé sulla realtà visitata da punti di vista diversi quali sono le discipline. Perché ciò accada è necessario tener conto degli stili cognitivi centrati e sulle attività cognitive e sulla personalità di cui è dotato ogni alunno, degli stili di apprendimento, delle strategie cognitive e di relazione, delle motivazioni e degli interessi dei bambini/ragazzi. Allora siamo in presenza della scuola della personalizzazione, dell'orientamento, dell'autovalutazione e della valutazione di cui si dà ragione.

Ferran Ferrer, in una relazione tenuta ad un seminario promosso dall'ADI nel febbraio 2010 tratteggia le caratteristiche della personalizzazione educativa. "La personalizzazione presuppone aspettative nuove e diverse: tutti gli alunni possono riuscire. Le aspettative determinate dalla personalizzazione sono diverse rispetto a quelle che i docenti hanno sempre nutrito all'interno della scuola tradizionale.
- La personalizzazione si basa sul principio che tutti sono in grado di imparare. Questo non significa che tutti raggiungeranno lo stesso livello, ma che tutti potranno/dovranno acquisire sufficienti livelli di apprendimento.
- Se si è convinti di questo principio, la questione delle aspettative cambia e diventa fondamentale, poiché gli insegnanti dovranno alimentare attese di riuscita nei confronti di ciascun alunno".

La funzione orientativa della scuola va rivisitata. L'orientamento non è un'azione appannaggio della scuola che deve aiutare il ragazzo a "scegliere" la scuola successiva, ma è compito della scuola far sì che il ragazzo giunga alla scoperta di sé, della propria singolarità, attraverso sfide culturali e didattiche che accetta e con cui si misura mettendosi in azione. È il ragazzo che si orienta, è il soggetto e non l'oggetto dell'orientamento.

È attraverso operazioni quali dare un nome alla realtà, conoscere e comprendere la realtà attuale e storica (cultura), riconoscere l'altro come opportunità per sé, prezioso, da rispettare, che l'alunno si orienta nella realtà (nel dentro e nel fuori di sé) e quindi costruisce la propria identità colma di alcuni limiti ma anche di grandi potenzialità. Perché accada ciò la scuola deve riconoscere il valore della persona attraverso la promozione di situazioni e contesti in cui l'alunno sia attivo e protagonista. Ma tali processi formativi della persona integrale non si concludono né si esauriscono allo scoccare dei 14/16 anni. Sono "condizioni" perché il ragazzo affronti e attraversi la piena adolescenza con strumenti personalizzati e di presa efficace sulla realtà propria ed esterna; realtà che, negli anni della secondaria superiore, aumenta in quantità di occasioni di scelte e di giudizio.

Riguardo alle pratiche che sviluppano competenze di autovalutazione negli alunni rinvio al dibattito, purtroppo eco lontana, scaturito intorno all'introduzione del portfolio nella scuola in era morattiana. Un dibattito che è stato contaminato da pregiudizi ideologici che hanno impedito di cogliere la portata  formativa dello strumento. Accenno, come spunto di riflessione, alla modificazione che dovrebbe intervenire sulla pratica di valutazione nella scuola che da valutazione dell'apprendimento dovrebbe tradursi in valutazione per l'apprendimento.

La scuola dovrebbe ospitare e far crescere i talenti degli alunni: tutti gli alunni, in varia misura e tipologia, ne hanno. Così ogni alunno dovrebbe poter dire con Shakespeare "non credere che io sia ciò che ero" (Enrico IV) dopo un percorso scolastico più o meno faticoso, ma comunque riconosciuto ed accolto come occasione per la conoscenza del proprio io-in-relazione con la realtà, un io che prende coscienza di sé progressivamente e con connotazioni diverse nei vari livelli di scolarità. Da ciò può scaturire, ed essere sostenuta, la motivazione nell'alunno.
La motivazione è alimentata dall'incontro tra una realtà che si pone e la ragionevole consapevolezza del carico di impegno per comprenderla, operazione che chiede la conoscenza dei propri talenti e delle proprie debolezze. Anche alla scuola il compito impegnativo di far sì che queste ultime non diventino alibi per un disimpegno o una mortificazione. È qui che prende valore la pratica della personalizzazione che - come si è detto - richiede metodologie variegate, rispetto dei tempi dell'alunno, delle attese - da parte dei docenti liberi da schemi - di riuscita nei confronti di ciascun alunno.

Mi piace riportare un esempio tratto da un libro autobiografico di Daniel Pennac che dimostra come l'incontro con un adulto/professore, che "rischia" una proposta "personalizzata" ad un alunno, spalanca in quest'ultimo la scoperta e la messa in scena di talenti in un campo dove fino a quel momento l'alunno aveva raccolto sconfitte.
"Poi venne il mio primo salvatore.
Un professore di francese.
In prima superiore.Che mi scoprì per quello che ero: un affabulatore sincero e allegramente suicida.
Colpito forse dalla mia propensione ad affinare scuse sempre più fantasiose per le lezioni non studiate o i compiti non fatti, decise di esonerarmi dai temi per commissionarmi un romanzo. Un romanzo che dovevo redigere nell'arco del trimestre, in ragione di un capitolo alla settimana.
Soggetto libero, ma preghiera di consegnare i miei fascicoli senza errori di ortografia "per elevare il livello della critica". (Ricordo questa espressione mentre ho dimenticato tutto del romanzo). Questo professore era un uomo molto anziano che ci dedicava gli ultimi anni della sua vita (…). Un vecchio signore di una eleganza desueta, che aveva individuato il narratore in me. Si era detto che, disortografia a parte, bisognava far leva sulla mia propensione al racconto se si voleva avere una qualche probabilità di aprirmi allo studio. Scrissi quel romanzo con entusiasmo. Ne correggevo scrupolosamente ogni parola aiutandomi con il dizionario (che, da quel giorno, non mi ha più lasciato), e consegnavo i miei capitoli con la puntualità di un autore professionista di romanzi d'appendice. Immagino che fosse una storia tristissima, influenzato com'ero allora da Thomas Hardy (…). Non credo di aver fatto significativi progressi in alcunché, quell'anno, ma per la prima volta nella mia carriera scolastica un insegnante mi conferiva uno status; esistevo scolasticamente per qualcuno, come un individuo che aveva una linea da seguire, e che teneva duro. Sconfinata gratitudine per il mio benefattore, ovviamente".  (Diario di scuola, Feltrinelli, 2007)


Da   ilsussidiario.net



Quando il miglior maestro è il compagno di banco


Si chiama peer tutoring: un alunno coetaneo o leggermente più grande aiuta un bambino nello studio con benefici
notevoli per entrambi sia per l'apprendimento che per la capacità di relazione. Uno studio inglese fa il punto sui risultati
di una sperimentazione su larga scala, suggerendo l'adozione del metodo su scala nazionale

DI ALESSIA MANFREDI

GIOCANO insieme, condividono banchi, ricreazioni e merende, emozioni ed ansie. Ma sono anche capaci di aiutarsi
nello studio in modo sorprendente. E se il miglior maestro fosse un compagno di scuola? A fare il punto sui vantaggi
del peer tutoring - tutorato fra pari - è uno studio inglese che analizza i risultati di un progetto sul larga scala, il più
ampio finora condotto, in 129 scuole primarie in Scozia nell'arco di due anni. Da cui emerge che bambini piccoli, già dai
sei-otto anni, possono beneficiare notevolmente dall'aiuto di un compagno più preparato, coetaneo o un po' più
grande, che studi con loro: bastano 20 minuti a settimana a fare la differenza.
E i risultati sono anche superiori a quelli ottenuti con metodi ben più dispendiosi, argomento chiave in tempi di tagli
che non risparmiano neppure le scuole Oltremanica. Particolarmente appetibili, poi, perché lo schema è facilmente
realizzabile, tanto da spingere gli autori dello studio a suggerire di applicarlo su scala nazionale come valida forma di
sostegno al lavoro di insegnanti e assistenti scolastici.
Se è un compagno ad aiutarlo nella lettura o nei compiti di matematica, un bambino impara meglio. Il peer tutoring,
spiegano Peter Tymms, della School of Education della Durham University 1, e colleghi, è una forma specifica di
apprendimento fra pari. Con una struttura precisa, a due, in cui uno studente più preparato fa da
tutor all'altro, che può essere suo coetaneo o un po' più piccolo (in questo caso si parla dicross tutoring). Come altre
forme di apprendimento cooperativo favorisce, rispetto a quello competitivo o individualista, l'interazione fra bambini,
l'autostima e l'empatia.
"Spesso iniziative costose si rivelano poco efficaci sull'apprendimento" ammette il professor Tymms, che ha lavorato in
partnership con l'università di Dundee e il Fife Council, pubblicando i risultati del progetto sulla rivistaSchool
Effectiveness and School Improvement. "Il tutoring" continua, "richiede organizzazione e un po' di training ma è uno
schema poco costoso da implementare per cui non serve nessuna apparecchiatura speciale". Niente lavagne
multimediali, per capirci, bastano libro e quaderno e un po' di tempo.
Fra tutor ed assistito si instaura un rapporto speciale. "Funziona", conferma Daniela Lucangeli, professore ordinario al
dipartimento di psicologia dello sviluppo e della socializzazione dell'università di Padova, prorettore dell'ateneo con
delega all'orientamento e al tutorato. "Da almeno 20 anni ci sono dati di ricerca convergenti a sostegno dei risultati del
tutorato fra pari. E i vantaggi si hanno sia dal punto di vista dell'apprendimento che della comunicazione e della
capacità relazionale per i bambini", spiega. Per entrambi: sia per l'alunno tutor - che rinforza le sue conoscenze e
sviluppa nuove capacità insegnando al suo compagno -, che per il suo assistito, che può contare su un rapporto diretto,
uno ad uno, con l'alunno più preparato.
Per l'apprendimento il contesto sociale è fondamentale, insegnava Vygotskij: se da solo il bambino arriva ad una certa
capacità di evolvere, aiutato da una persona più competente può migliorare e raggiungere il suo livello ottimale.
Quando il tutor è un suo pari ci sono diversi vantaggi. "C'è una maggiore vicinanza di modalità cognitiva, fra bambini
della stessa età si usa una strategia simile per apprendere", spiega ancora Lucangeli. Manca poi "l'autorità" del
professore, che, secondo gli autori dello studio, può aiutare il piccolo ad essere più aperto nel rivelare al compagno le
sue lacune. "Ed entra in gioco l'aspetto della fiducia, ci si affida all'altro. Si riduce la conflittualità, si migliora la
comunicazione" aggiunge la professoressa. Si innesca così un meccanismo di aiuto reciproco che si trasforma in una
dinamica sociale virtuosa.
Nel trial inglese, i risultati più significativi si sono avuti sia nel campo della lettura che della matematica con il cross
tutoring, che però è un po' più difficile da organizzare perché implica mettere insieme ragazzi di diverse classi. In
generale l'impressione degli insegnanti è stata positiva, con il 92 per cento che ha giudicato il progetto di successo ed
ha constatato la responsabilizzazione dei ragazzi.
Detta così sembra l'uovo di Colombo. E da noi? "Anche in Italia ci sono state diverse esperienze negli ultimi 15 anni"
racconta la professoressa Lucangeli, "ma non è mai diventato sistema". Ci sono isole felici, dove si ha più voglia di
sperimentare e superare il modello classico in cui l'insegnante entra in classe, fa lezione, dà i compiti. "Nelle università
è prassi già da alcuni anni, come a Padova, dove gli studenti avanzati, fanno da mentori a quelli più giovani. E con
questo abbiamo dimezzato il ritardo negli studi", racconta la docente.
"Non è difficile da realizzare", conclude Lucangeli, "ma occorre fare formazione, la disponibilità a modificare strutture.
E, non ultima, la voglia di mettersi in gioco".

(22 settembre 2011)

fonte: repubblica.it

 
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